Quella mattina del luglio del 2069 fu per Albert Zazzabubovsky davvero molto eccitante. Aveva saputo dal garzone del negozio nel centro del villagigo di Agios Rininos, al centro dell’isola di Skopelos, ove un antico hotel era stato riadattato a monastero un paio di decenni prima, che all’ufficio postale qualcuno gli aveva scritto. Il garzone era corso lungo tutta la salita per annunciarglielo in pompa magna, con mezzo villaggio dietro, incuriosito da quel fatto assai strano. Nessuno scriveva mai ad Albert Zazzabubovsky, quello straniero tutto arruffato che era venuto lì tre anni prima, invasato ed esagitato, vaneggiante a proposito di spaghetti, neutrini ed elettroni. Se era per quello, nessuno dava mai corda a Zazzabubovsky: aveva un carattere affatto facile, che alternava momenti di pietosa depressione a momenti di esaltazione forsennata, durante i quali spesso prendeva carta e penna e iniziava a scrivere formule senza apparente senso, alternando silenzi e urletti eccitati e borbottii indirizzati a fantasmi che sembravano aggirarsi agli angoli del suo campo visivo. Nessuno aveva mai voglia di rivolgere la parola a Zazzabubovsky, tranne il cellario e il custode del cancello. Ogni tanto usciva dal monastero, sempre accompagnato da un giovane frate zoppo e sordomuto, l’unico che sopportava quel continuo borbottio senza perdere velocemente le staffe. I due spesso facevano il giro del villaggio, si recavano al laghetto, per poi tornare improvvisamente verso il monastero, quando uno di quegli attacchi di frenesia si appropriavano dei pensieri di Zazzabubovsky o, altrettanto spesso, quando i ragazzini pestiferi facevano qualche scherzo feroce ai due poveri frati. E men che meno, nessuno veniva mai a trovare Zazzabubovsky. Era stato portato lì da alcuni parenti nel 2066, in un freddo giorno invernale. Avevano parlato brevemente con l’Abate, l’abate aveva annuito, aveva preso Zazzabubosky sotto braccio e l’aveva accompagnato dentro. Si era voltato giusto un attimo ma i due familiari se n’erano già andati. Era dunque un fatto assolutamente strabiliante che vi fosse una lettera per Zazzabubovsky. Qualcuno non solo aveva pensato a lui, ma aveva anche speso del tempo e dei soldi per spedirgli una lettera. E la lettera, aveva detto il responsabile della posta, era anche abbastanza cicciotta. Zazzabubovsky uscì dal monastero per recarsi col ragazzino alla posta per ritirare quella busta cicciotta, e mezzo villaggio lo seguiva dietro, curioso di vedere chi volesse cosa dallo strano frate mezzo matto. Perché questo pensava il villaggio di lui. Che più che un fisico o uno scienziato, uno che aveva teorizzato la teoria dei pochi neutrini ma buoni, detta anche la teoria della grande spaghettata, tra le ilarità degli altri fisici di tutte le università del mondo, che Zazzabubovsky fosse uno svitato, uno sfigato, uno che nella vita aveva preso solo mazzate e che quindi si era rinchiuso nel suo mondo fatto di cacatine di mosca che lui con grande sprezzo per la serietà dei fisici veri, chiamava formule. Giunto all’ufficio postale, Zazzabubovsky ritirò dalle mani della signora dallo sguardo scettico questa busta cicciotta e stranamente azzurrina.

Società scientifica di Marte – Ufficio assegnazione premi

Curioso, il mittente. Una burla, aveva scommesso la maggior parte del villaggio, che già sapeva dell’esistenza della busta grazie alla soffiata dell’impiegata annoiata e scettica. Il volto di Zazzabubovsky si illuminò. Forse qualcuno aveva veramente preso in considerazione le equazioni del suo campo vettoriale panneutrinico, forse qualcuno aveva capito che elettroni e positroni erano la stessa cosa, diversi solo per carica ma in grado, una volta arrotati correttamente, di viaggiare nei due sensi opposti della freccia del tempo. Una scoperta che implicava, necessariamente, che esistesse solo un numero finito di neutrini, positroni, ed elettroni, che grazie agli zeri dell’equazione di equilibrio ponderato sulla metrica dello spazio tempo, erano alla fine meno di 30. Gli cadde l’occhio sul timbro del francobollo. 8 Luglio 2631. Doveva esserci un errore. Aprì la busta.

Gent.le professor Zazzabubovsky

(Wow, professore! addirittura! finalmente qualcuno che lo apprezzava!)

Con la presente è nostro sommo onore conferirle il premio supremo per la fisica, in riconoscimento dei suoi importantissimi studi riguardanti il tessuto dello spazio tempo e della relazione tra tempo e neutrini. I suoi studi hanno permesso di sviluppare, nel 2628, il primo esemplare macroscopico di motore a temporalità reversibile. Il fatto che lei riceva questa lettera è conferma inequivocabile che il principio, da lei teorizzato, del trattore tempo-reversibile, è pienamente funzionante e tecnicamente applicabile. Questo premio le viene conferito a ringraziamento eterno dall’umanità intera. Voglia utilizzare il carburante residuo inserito nella fiala allegata alla presente per inviarci la Sua disponibilità per il ritiro del premio.

ATTENZIONE: il contenuto della fiala è assai instabile, infatti, come da lei teorizzato, solo l’annichilazione controllata positrone-elettrone può generare la trazione tempo-reversibile. Pertanto la invitiamo a non scuoterla, ma a utilizzarla rigorosamente secondo le istruzioni indicate.

Cordiali saluti,

Eccetera Eccetera Società Scientifica di Marte Ufficio assegnazione premi.

Le mani di Albert Zazzabubovsky tremavano dalla felicità. Finalmente l’umanità lo aveva riconosciuto come un luminare. Finalmente!

La fiala scivolò a terra e si ruppe. Pochi picosecondi dopo i positroni si annichilirono con gli elettroni dell’aria e l’isola svanì in un lampo di energia e radiazione esotica.

Non appena ebbe inviato la busta, il rettore della Società Scientifica di Marte, dott. Eccetera, in quella nicchia di spazio e di tempo datato 2631, si rese conto dell’errore. Il trattore tempo-reversibile non poteva essere dotato di combustibile in modo sufficientemente sicuro. Si erano tutti dimenticati della misteriosa esplosione che aveva annichilito un’isoletta dell’Egeo, e della misteriosa morte dello scienziato. Mistero che ora, non era più tale.

Eccetera chiese carta e penna e dettò un editto vincolante, che tutto quanto riguardava il trattore tempo-reversibile, disegni, formule e tutto il resto, fosse distrutto e dimenticato.

Il rischio di incasinare il continuum spazio temporale era davvero troppo alto.